
sabato 22 agosto 2009
Hildegard
Behrens: un ricordo non solo wagneriano
Per molti wagneriani, Brünnhilde
è tornata nel Walhalla. Hildegard Behrens, la grande Brünnhilde,
e non solo, degli anni ’80 ci ha lasciati pochi giorni fa.
Una notizia che personalmente mi ha fatto rivivere nella mente
tutte le fasi del mio rapporto con la sua voce e con la sua arte
scenica.
L’ultima sua immagine che ricordo è la foto di un
allestimento catanese di ”Walküre” di pochi anni
fa, in cui il soprano nei suoi abituali abiti da Brünnhilde
trattiene a braccia tese Siegmund che minaccia di colpire con
Nothung l’amata sorella addormentata.
E’ una foto che ci regala anche l’espressione solenne
e dolcissima di una cantante attrice di grandi fascino e intelligenza,
che ha saputo essere di primo livello soprattutto negli anni ’80.
Quella “Walküre” di pochi anni fa rappresentò
probabilmente uno degli ultimi appuntamenti teatrali assieme all’immancabile
Elektra, a Kostelnicka, a Kundry e a qualche esperimento come
Ortrud, di una voce ormai provata da onerosa carriera, ma ancora
in grado di conquistare grazie al suo poderoso carisma.
Ed è proprio con l’opera dedicata alla figlia di
Wotan che ho fatto la conoscenza dell’artista, grazie al
famoso video del Met diretto da James Levine.
Sinceramente questo primo approccio si rivelò tutt’altro
che idilliaco.
La voce della Behrens era all’epoca della ripresa molto
provata: gravi parlati, vibrato nei centri, acuti aspri e urlati.
Ma a parte tali difetti quello che mi colpì furono la personalità
scenica così naturale e l’uso del fraseggio così
arroventato e tragico, che fuoriuscivano da questa donna minuta
ma fascinosa.
Non sempre mi è piaciuta, non sempre è stata interprete
ispirata, non sempre la sua voce nei ruoli affrontati ha dato
il meglio, ma quando era nel suo elemento è riuscita a
imprimere nella sua interpretazione tutta la sensibilità
artistica di cui era dotata.
Non cercherei la miglior Behrens nell’imbarazzante Tosca
del Met diretta da Sinopoli o nella sua incarnazione dell’Elettra
mozartiana in cui allo squilibrio mentale della protagonista si
affiancano squilibri vocali vistosi e ingombranti.
Nemmeno le sue incarnazioni di Elektra di Strauss o della Senta
wagneriana, o ancora della pur pregevole Leonore di Beethoven
mi hanno convinto, preferendole le voci di Eva Marton o di Gwyneth
Jones… eppure, cos’è che aveva questa sorta
di Janis Joplin dell’Opera che ammaliava le platee più
importanti con la sua voce abrasiva, dal timbro chiaro quasi infantile,
ma terribilmente tragico e umano?
Proprio in questo risiedeva il segreto della sua voce, proprio
questo faceva di lei una grande artista.
Voglio ricordarla anche ai lettori che passano da queste parti
evocando i ruoli con cui più l’ho identificata.
BRUNNHILDE (Ring des Nibelungen)
No, non mi riferisco alle recite del Met o a quelle di Monaco
dirette da Levine e Sawallisch.
Quei video ci regalano una splendida performance attoriale, vocalmente
sono recite di sicuro interesse, ma putroppo la Behrens non era
in gran forma e di lei possiamo apprezzare la forza del fraseggio
e la potenza drammatica del suo canto, ma è una voce che
mostra più di una crepa.
Mi sto riferendo alle recite dell’estate 1983 che la consacrarono
Brünnhilde di riferimento.
Siamo a Bayreuth, Solti debutta e scappa dal podio della verde
collina, in scena uno spettacolo “disneyano” di Peter
Hall che darà molti grattacapi a Wolfgang Wagner ed una
compagnia canora tutt’altro che ineccepibile.
Ma quelle recite videro brillare la nuova Brünnhilde di un
soprano al suo esordio nel ruolo, voluta fortemente da Solti.
Hildegard Behrens trionfò.
Voce da Sieglinde si disse, ma la sua Brünnhilde è
una creazione assolutamente fresca e brillante.
La voce risuonava ricca di femminilità e tenerezza nell’espandersi
con quel timbro così chiaro e limpido, ma dall’accento
così arroventato e cangiante.
Per la prima volta, forse, il Festspielhaus aveva una Walkiria
più adolescente che guerriera, una giovane donna sensibile
e sensuale che sapeva trovare inflessioni commosse e malinconiche,
che sapeva confondersi e rendere incandescente il suo canto, che
sapeva trasmettere amore con la dolcezza di una bambina. Da ascoltare
il suo vibrante risveglio così luminoso e sensuale oppure
l’olocausto così esausto e toccante, ma imbevuto
di una sacralità umanissima.
ISOTTA (Tristan und Isolde)
Una principessa inquieta, giovanissima, ma già profondamente
donna e ferita dall’offesa arrecatole dall’uomo che
ama, poi piena dell’ansia di colei che aspetta il suo Tristan
per concedere corpo e cuore e infine angelo di luce e tenebre
che trasfigura la sua anima e quella del suo amante. La voce iniziava
a dare qualche segno di cedimento nella linea, gli acuti iniziavano
a perdere la precisione, il grave incominciava ad aprirsi troppo,
eppure il canto è davvero sempre regale e carnale. Questa
la visione che ci offre la Behrens dell’eroina wagneriana
assecondata dalla bacchetta di Bernstein.
ELISABETH (Tannhäuser)
In questo ruolo, che è più di una curiosità,
la Behrens si riappropria della sua dimensione lirica e si lascia
trasportare dalla delicatezza virginale dell’eroina wagneriana.
Anche in questo caso una fanciulla adolescente, ma decisa eppure
inafferrabile come Mélisande, a cui il soprano dona il
suo timbro caldo e lucente. Basta ascoltare l’ intervento
che Elisabeth compie per difendere Tannhäuser, in cui all’acciaio
dell’accento si unisce una voce limpida e leggera.
SALOME (Salome)
Che cosa c’entra l’immensa Franca Valeri con la Behrens
e con Salome?
Se è colei che con la sua comicità colta e geniale
vi ha fatto conoscere questa incarnazione della Behrens c’entra
eccome! Qualche anno fa, Radio 3, “Di tanti palpiti”,
trasmissione condotta dalla grande attrice.
La Valeri analizzava un’opera a settimana con il suo stile
dissacrante e quella mattina toccò a “Salome”,
affiancando l’edizione di Karajan a quella con la Caballé.
Sia la Behrens che la Caballé furono per me una rivelazione.
Se volete la “teenager scatenata” (parole della Valeri)
con la voce di Isotta, ascoltatevi quella della Behrens.
Ce n’è per tutti: il timbro chiaro al pari di una
Welitsch o di una Studer, l’erotismo decadente di Wilde,
la sensualità malata e acerba della Lolita di Kubrick,
l’interprete ammaliante che si lancia nei vortici vocali
dell’eroina straussiana con spavalda incoscienza e incanta
con le sue arti l’ascoltatore.
MARIE (Wozzeck)
Quando entra in scena il personaggio di Marie, la Behrens riesce
con pochi gesti ed una mimica naturalissima a renderla facilmente
identificabile con una donna qualunque, banale, non diversa dalle
donne che incontriamo tutti i giorni e non lontana da noi.
Attraverso un fraseggio capace di evocare un erotismo sfatto e
con una vocalità aspra e terribilmente espressiva, la Behrens
trasmette direttamente sulla pelle la sete di desiderio e riscatto
che pervade questa creatura colpevole di voler essere solo se
stessa e sfuggire dall’orrore quotidiano.
Vertice la scena dello specchio oppure la preghiera in cui un
momento intimo diventa rivelatore dell’angoscia inespressa
di una donna che prevede il suo destino di morte.
KOSTELNICKA (Jenufa)
Ecco come sarebbe diventata la Marie del “Wozzeck”
se fosse invecchiata dopo le delusioni avute dal marito, dal Tamburmaggiore
e dalla società in genere.
Né strega, né megera, ma un monumento alla femminilità
sfiorita e offesa dagli uomini e dalla sua stessa amarezza. La
voce screpolata sostiene una linea di canto frastagliata che aiuta
una caratterizzazione formidabile e commovente.
Ecco, credo che l’unico modo per rendere omaggio ad una
cantante come Hildegard Behrens sia ascoltarla in queste incarnazioni,
e non solo per ricordarla.
Pubblicato da Marianne Brandt a 19.00
http://ilcorrieredellagrisi.blogspot.com/2009/08/hildegard-behrens-un-ricordo-non-solo.html
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